" Conversazioni " ottobre 2005
Dal punto di vista lavorativo l’impegno è continuo, la sala operatoria impegna molto tempo ed energie, le riunioni con il personale, le lamentele, la sofferenza della gente. Ma le cose hanno un peso diverso forse sarà l’entusiasmo iniziale, non stancano come in Italia.
Se avete confrontato i dati di questo paese vi sarete resi conto dell’arretratezza in tutti i settori di sviluppo, non solo della debolezza dell’aspetto sanitario.
Istruzione bassissima, comunicazione stradale e telefonica difficile, lingua nazionale impossibile da apprendere in breve tempo con conseguenti difficoltà anche nella comunicazione verbale; mentalità chiusa rispetto ai due Paesi che conoscevo (Tanzania, Uganda), burocrazia impossibile, tanti appannaggi di un vecchio regime da cui il paese non riesce ancora a liberarsi.
Aggiungo che la nostra zona è veramente povera, sovrappopolata, carente di ogni cosa, abbandonata rispetto ad altre aree del Paese.
L’impegno preso dal Medici con l’Africa – CUAMM con la Diocesi e Vicariato di Soddo è quindi una sfida importante, non difficile.
La struttura è buona, funzionale per gli standards africani, ha un personale tutto sommato adeguato e chi mi ha preceduto per tempi sempre abbastanza limitati ha cercato di supportare tutti i settori necessari ad un adeguato funzionamento dell’ospedale (laboratorio, radiologia, lavanderia, cucine, sterilizzazione etc.) con un occhio anche al territorio (MCH e costruzione di rapporti con la sanità pubblica, collaborazione con altre NGO che lavorano sul territorio o con le quali stanno nascendo rapporti di collaborazione per la cura di patologie alle quali non si riesce a dedicarsi in questo contesto, AIDS in primis, per la quale i dati attuali, non ufficiali, sembrano sconcertanti).
Purtroppo rimangono ancora perplessità sull’uso della struttura da parte della gente della Woreda (pochissimi parti in Ospedale in rapporto alle nascite sul territorio, in casa ), probabilmente (dati in fase di analisi) scarsa accessibilità per i più poveri, forse i veri poveri, i poverissimi che qui ci sono ma che non vedo spesso rivolgersi alla struttura o che, dopo la visita per frattura di un omero del loro bimbo se ne tornano a casa senza gesso perché non hanno nemmenopochi birr necessari per pagarsi le spese di cura (non in mia presenza, naturalmente…).
In questo senso credo che sia arrivato il momento del Medici con l’Africa – CUAMM, non perché sono arrivato io, ma perché arriva per prima l’idea di accessibilità, prima di qualsiasi altra cosa. Termine che significa “buona idea” ma anche ed inevitabilmente “soldi”, soldi che non arrivano certo dal lavoro della gente della Woreda. Quindi gatto che si morde la coda, nel tentativo di rendere accessibile la salute a tutti ma sobbarcandoci economicamente la diminuzione dei costicon soldi che non arrivano che da noi.
Ma non c’è solo la provvidenza che risolve questo problema, sono necessarie anche competenze tecniche nella gestione della sanità in questi contesti rurali; e queste si imparano ma bisogna anche saperle usare, e bene. Questa è la sfida, ed è stimolante. E’ un mettersi alla prova ma anche chiedere, confrontarsi, prendere delle decisioni a volte definitive e da mantenere per lungo tempo per avere torto o ragione, ma a lungo termine. La barca sembra fare acqua in tanti punti ma bisogna cominciare a tappare le falle più grosse, non abbandonarla. Se penso all’aspetto della sanità pubblica e quindi del territorio forse tornerei a casa oggi stesso; forse il paese più disastrato anche a detta degli esperti.
Ma bisogna iniziare, non prima né poi ma ora, partendo anche dall’educazione sanitaria in ospedale.
I rapporti con la popolazione sono spesso difficili, l’isolamento culturale del paese è ancora unarealtàdelle zone rurali, le ultime a ricevere le poche sovvenzioni governative. La lingua nazionale spaccata in 80 e più dialetti e numerosissime etnie, ancora in atavico contrasto tra loro, non facilitano il lavoro dell’espatriato; comunicazione difficile, usi e costumi ancora molto diversi per alcuni e simili ma solo per aspetti futili per altri (modo di vestire, ricerca di tecnologia inutile in assenza dell’indispensabile per condurre una vita dignitosa), i contrasti insomma.
Poi dalla finestra dell’ospedale vedo Miriam, che ha fatto tanta fatica ad accettare la decisione di partire, che scende con in mano i miei bimbi nelle case sotto l’ospedale e porta il cibo e segue il bimbo di Martha, una povera ragazza di un metro e venti, deforme, sola, violentata, che ha partorito con un cesareo miracoloso un bambino meraviglioso; vedo la gente che le si fa attorno e la saluta, le bacia le mani e lei, che con le sue poche parole in wolaitinya che sta imparando ogni venerdì alla lezione che si è imposta, fa sorridere altri bimbi e tante mamme attorno. Vedo questo e penso chenon abbiamo sbagliato.
