Miriam racconta...
Guardo dalla finestra attraverso la zanzariera verde e intravedo i tetti dell’ospedale, in questo anno e mezzo ho guardato centinaia di volte in quella direzione aspettando di scorgere Mario che torna dalla sala operatoria per stare un po’ con me e con i bambini.
Siamo in Wolayta, una vasta regione a Sud dell’Etiopia, in una zona rurale sovrappopolata e poverissima, molto lontani dalla prima città che si possa definire tale. Mio marito Mario è chirurgo e medical director dell’ospedale di Dubbo, io non sono medico, sono qui con i nostri tre bambini di sei, quattro e due anni per vivere insieme a lui questa esperienza, per aiutarlo nelle innumerevoli difficoltà che incontra ogni giorno.

Mi chiedo spesso quale è il mio ruolo: quando si parte per l’Africa si vorrebbe sempre avere qualche cosa da fare, si vorrebbe concretamente avere un lavoro da svolgere. Per chi non lavora in campo medico o per chi non ha un preciso obbiettivo da raggiungere è davvero difficile sentirsi realizzati, utili e “al proprio posto”. Ogni tanto mi chiedo se sono qui unicamente per fare la moglie, la mamma e la maestra di mio figlio o se c’è qualche altro progetto per me, ma alla fine le incombenze quotidiane mi fanno vivere in tutta semplicità tra la preparazione del pane e quella della lezione di matematica.
La nostra casa è all’interno del compound dell’ospedale e il muro che ci circonda a volte mi sembra una protezione, a volte mi sembra una gabbia da cui non possiamo uscire. Sento i bambini giocare rumorosamente con una bacinella d’acqua, ridono, urlano e litigano continuamente, per loro non è difficile vivere qui, c’è sempre il sole e sono sempre fuori nel prato, scalzi, liberi, senza orari e con poche regole da rispettare.

Sono felici e non si lamentano dell’isolamento, dell’ impossibilità di muoversi liberamente e di uscire dal compound. Sicuramente Paolo, il più grande che ha sei anni, è impaurito e infastidito dall’invadenza di questa gente che assale letteralmente ogni “forenji” (straniero dalla pelle bianca) che incontra sul suo cammino.
Nella zona dove viviamo capita raramente di vedere dei “bianchi”, ancor più raro è imbattersi in bambini bianchi. ”Naatu forenji” è il grido più comune che sentiamo intorno a noi quando ci muoviamo dal compound. Orde di bambini, ragazzi e anche adulti urlano, ridono e si prendono gioco di noi, ed è un fenomeno che ci accompagna in ogni nostro spostamento causando stress, esasperazione e scoramento, purtroppo è quasi impossibile farci l’abitudine! Questo forse è uno degli aspetti più irritanti e limitanti che viviamo in questo luogo ma essere scrutati di continuo è anche un modo molto istruttivo per capire come devono sentirsi le minoranze di colore che vivono nei paesi occidentali!
I rapporti con le persone del luogo sono difficoltosi, ostacolo maggiore è la lingua e sicuramente le distanze culturali che sono incolmabili anche per persone che vivono da anni in Wolayta. La richiesta più frequente è quella di denaro: la mano tesa è l’approccio abituale nei confronti dei bianchi e a volte molte “amicizie” sono un alibi per arrivare, alla fine, a chiedere aiuto economico per studiare, per mangiare, per curarsi, per comprare una mucca, una casa, un paio di scarpe. Sono richieste lecite da parte di chi non ha praticamente nulla e vede nello straniero l’opportunità di cambiare il regime della propria vita ma a volte la difficoltà per noi sta nell’imparare a distinguere il vero povero dall’opportunista che sa come raggirarti e impietosirti.

Per alcuni la povertà è veramente estrema, famiglie intere non hanno altro sostentamento che la loro piccola terra, e i raccolti dipendono unicamente dall’andamento delle stagioni, se piove si semina e si raccoglie, se non piove si muore di fame. Il senso religioso di questo popolo è fortissimo, Dio provvede a tutto e a Dio viene affidato tutto, ogni dialogo, ogni saluto e conversazione sono scanditi da benedizioni, ringraziamenti, richieste e preghiere a Dio e così come il raccolto dipende dalla natura e dalla provvidenziale volontà di Dio, anche la vita, il nascere, il morire, l’ammalarsi, il partorire sono accettati con questa consapevolezza. Tutti i giorni in ospedale si osserva come la sofferenza e la morte siano vissute con molta dignità, ed è molto difficile per noi tollerare certe scelte per cui, per esempio, se il parto è difficile è preferibile che il bambino nell’utero materno muoia piuttosto di farlo nascere con un taglio cesareo che comprometterebbe la nascita di futuri figli, oppure si lascia morire un parente piuttosto di donare il proprio sangue, cosa che, secondo una singolare credenza, provoca la morte del donatore in poche settimane.
La donna in Wolayta come in tutta l’Africa è prima di tutto madre e il fatto di avere molti figli è una vera e propria aspirazione per queste giovani ragazze sedicenni e per i loro mariti: la madre di dodici figli è rispettata e gode di privilegi all’interno del villaggio e del nucleo famigliare e i bambini sono comunque accettati come una benedizione anche in famiglie dove si vive di stenti. Purtroppo il parto in tutta l’ Etiopia ma soprattutto in questa zona non è assistito e questo è causa di un altissima percentuale di mortalità materno-infantile ( ….% la maggiore nel mondo!) ed è una questione principalmente culturale ed antropologica che non si risolve solo potenziando gli ospedali o creando scuole per ostetriche…
Decorazioni nel nuovo reparto malnutriti
Qualche mamma è diventata mia amica, frequento le loro case e le loro famiglie, donne dolcissime, madri perfette, piene di amore per i loro figli, avvolte nelle loro netele, i larghi scialli bianchi che le coprono fino ai piedi, fiere e felici di essere madri. I miei figli sono curiosi e si muovono con disinvoltura fra le mucche e le galline nelle loro case, mangiano i popcorn offerti nella cerimonia del caffè e bevono l’aranciata dalla bottiglietta di vetro. Tutto qui è così diverso dalle nostre case in Italia, se ne rendono conto, lo vedono, lo vivono e questa è una delle cose che non potranno dimenticare, come l’amicizia con Felleke e Sinabu, come la povertà tangibile delle persone, come la “diversità” vissuta sulla propria pelle come un marchio che non puoi togliere. Se solo ricorderanno questo pezzo sperduto di mondo credo che saranno umanamente più ricchi.
Certamente abbiamo vissuto momenti di serenità perfetta tra di noi, di vicinanza e di comunione, con la pioggia scrosciante sul tetto di lamiera e la luce della candela a illuminare una cena, e anche se non riesco ancora a fare un resoconto preciso, so che ne è valsa la pena; tra le paure, le difficoltà, la nostalgia e la lontananza si cresce, si assapora quello che sembra scontato, si costruiscono forse pochi rapporti, ma davvero autentici, si lascia un pezzo di vita anche faticoso ma si ritorna di sicuro cambiati.
Miriam Paternoster
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