
Kagondo Hospital, Bukoba, nord della Tanzania, affacciati sul lago Vittoria, ore sette e trenta, piove da tutta la notte, le strade sono una palude rossa e la nebbia non ti lascia vedere nulla. Tra le pozzanghere da dribblare passiamo attraverso mamme con i bambini in braccio e tanti piccoli pazienti che si adoperano a trovare un appoggio per le stampelle di legno o che spingono senza gamba o braccio a fatica la carrozzina a cui manca un appoggio o la cui ruota tira tutta verso sinistra.
Cominciamo immediatamente a visitare i piccoli pazienti affetti da piede torto, frate Giuseppe, un fisioterapista missionario italiano ha raccolto centinaia di disabili durante questi due mesi e tutti tranne pochissimi sono presenti a questa visita della speranza.
Fulvio Franceschi, ortopedico della CBMI con lunghi anni di esperienza in Africa, è arrivato ieri sera da Kampala dopo aver ovviamente forato durante il tragitto, ha portato con sé Kristine la fisioterapista di Katalemwa (il centro di riabilitazione di Kampala) e Florence la strumentista con cui opera i bambini nel progetto CORU al Mengo Hospital.
I casi sono molto complessi, quasi tutti i bambini sono stati recuperati nei villaggi più sperduti e si sono portati il loro problema per mesi o anni, quindi questo comporta un’attenta valutazione clinica di quanto riescano a camminare autonomamente e di quanto invece è possibile correggere con ortesi semplici o complesse oppure con la chirurgia. I casi più complessi verranno comunque portati a Kampala per una migliore gestione della riabilitazione, quelli relativamente semplici invece li tratteremo qui tra martedì e venerdì. Nessuno di loro sotto i diciotto anni sosterrà alcuna spesa.
E’ incredibile come alcuni di questi bambini camminino sulle mani, si trascinino con metodi che solo la loro natura riesce a compensare e dietro di loro, sullo sfondo, c'è la costante immagine dello sguardo quasi rassegnato delle mamme che hanno da sempre accettato la disabilità; ma sembra incredibile con quanto poco sforzo si riesca trovare per ognuno di loro una piccola o grande soluzione che cambierà la qualità della vita, soprattutto nell’ambito sociale, nel prossimo futuro.
Il laboratorio comincia a produrre stampelle, tutori gessati, splint e gessi veri e propri, secondo le indicazioni che vengono stabilite durante la visita e frate Giuseppe corre instancabile da una parte all’altra dell’ ambulatorio per coordinare le varie attività.

Si continua al ritmo di un piccolo paziente ogni 10 minuti, con le logiche eccezioni, ma le persone continuano ad arrivare e ormai non si riesce a passare nemmeno nei corridoi dove la gente si è ammassata e ha cercato una posizione comoda per riposarsi e consumare il poco cibo che si è potuta portare da casa.
Facciamo qualche ecografia nei locali della radiologia, chiediamo altre radiografie per ricontrollare quelle che si sono rovinate o perse durante il viaggio, ci armiamo di pazienza e caramelle per tranquillizzare i piccoli pazienti che si spaventano alla vista del mzungu (straniero) oppure che provano dolore alle manipolazioni che dobbiamo eseguire per visitarli. Non ci si ferma un minuto, non ti viene nemmeno in mente di mangiare, quando stai per uscire dal locale centinaia di sguardi e anche qualche sorriso ti sono subito addosso e ti sembrano chiedere se con un’ occhiata puoi aiutarli o capire il problema; tutti comunque rimangono rispettosi e pazienti per il loro lunghissimo turno di attesa, che esso sia tra qualche ora, stasera o domani. Con questo, ma ormai lo so bene, penso alle impazienti attese in Italia magari per semplici cose e vedo sguardi speranzosi di bimbi e mamme che hanno atteso per anni qualcuno che possa dare una soluzione ai problemi. Passano le ore, fotografiamo e filmiamo i casi che rivedremo e studieremo la sera per una decisone più precisa, cominciamo a preparare le liste operatorie con le procedure più semplici e dando la priorità ai piccolissimi, quasi tutti affetti da piede torto congenito di vario grado e che quindi necessitano di tenotomie o allungamenti dei tendini. Gessi e stampelle escono a decine dal laboratorio, verso le tre riusciamo a bere un caffè con alcuni biscotti, cinque minuti e si ricomincia.
Fuori, dopo molte ore di lavoro, sembra di non aver fatto nulla, le persone sono ancora tantissime e tutti e tre i locali per l’accoglienza sono pieni. Quando organizza Fulvio, ricordo in Uganda nel 2003, è sempre così. Arriva la sera, anche noi non siamo più concentrati e verso le sette andiamo a cena, almeno una ventina di pazienti e relative famiglie si sono accampate per dormire, frate Giuseppe ha procurato loro cibo e coperte, ci sono i servizi puliti e fuori la pioggia continua a cadere incessantemente.
Ricominciamo a visitare presto la mattina e verso le undici cominciamo ad operare i primi piccoli bimbi lavorando su due tavoli operatori, verso le due sentiamo il loro pianto nei reparti, si sono svegliati dalla ketamina che è stata loro somministrata con accuratezza dai due anestesisti. Si opera sotto la luce di un neon rivestito in alluminio per riflettere meglio, non ci sono le nostre tecnologiche scialitiche, i letti meccanici ogni tanto si bloccano, gli anestesisti non hanno respiratore e ventilano tutto a mano; è un altro mondo ma tutto sembra funzionare molto bene.
La corrente almeno è stabile, non ci sono grossi problemi e tutto lo staff locale è presente per vedere, imparare, fare medicazioni e gessi dopo gli interventi. Verso le tre si passa in piccolo locale a mangiare matoke (banane bollite con fagioli) e la tilapia, pesce di cui la zona è ricchissima e che viene venduto fino in Europa. E si ricomincia, fino a tarda sera. Tutto va bene, non ci sono problemi né con i materiali (che Fulvio ha portato dall’Uganda) né con le anestesie (che sono sempre un problema in questi contesti e soprattutto per i più piccoli) e la visita serale ci lascia soddisfatti.
Mercoledì si ricomincia con i più grandi, interventi più complessi, osteotomie, posizionamento di fissatori, osteomieliti, trapianti di pelle per le contratture da ustioni. Anche qui tutto bene, soddisfatti andiamo a cena dove le solite matoke e il solito pesce ci aspettano sul tavolo ma dove non manca una birra fresca per prepararci al sonno.
E fuori in veranda, dopo la cena, si parla di Africa e ancora di Africa, dei nostri percorsi, esperienze, delle famiglie, dei nostri programmi, sogni e aspirazioni e stranamente si parla di cambiare, rivedere programmi e strategie ma non si parla mai di tornare. Fulvio mi guarda e sotto la barba sorride e mi dice “ anca ti ormai te sei ciavà…”
Anche giovedì operiamo altri casi complessi, nel pomeriggio c’è il tempo per rivedere i pazienti e dare tutte le istruzioni alle infermiere e a frate Giuseppe per il postoperatorio e riabilitazione, con relativa pianificazione per i controlli da effettuarsi nelle settimane o mesi successivi, quando Fulvio tornerà qui per un’ altra di queste faticose settimane, nelle quali per molti bambini e ragazzi rinasce la speranza di un futuro migliore.