Stefy e Gil raccontano: " l’unica cosa da fare per dare una mano è mettersi in gioco e riinventarsi. Ogni giorno "
“Sono atterrata a Dar es Salaam e sono subito saltata su un autobus per raggiungere Iringa, cittadina della Tanzania sud occidentale. Attraversando la città, seppur su un autobus, seppur di sfuggita, saltano subito all’occhio i problemi dell’Africa, problemi ormai noti a tutti, come la fame, la miseria e le malattie. Ma accorgersi dei problemi è poco, anzi è niente. È come dire che ti fa mal di denti ma non sai come fare per fartelo passare e mentre ci pensi l’ascesso aumenta.
“è incredibile la forza che hanno le persone qui” mi dice Mario tra un parto e un altro mentre facciamo visita all’ospedale dove opera. Mario, detta in parole semplici, oltre a fare il chirurgo generale, il ginecologo e l’ostetrico, “rompe” con appositi scalpelli le ossa delle gambe a tutte quelle persone che hanno delle malformazioni perlopiù congenite (come ad esempio i piedi torti) per poterle poi riposizionare in modo corretto (con apposite tecniche e complesse strumentazioni) e permettene la ricalcificazione.

Solo giorni più tardi, passando nei villaggi fatti di paglia e fango che sembrano vuoti e invece sono pieni di bambini con vestitini sporchi tanto quanto l’acqua che bevono, senza cibo, distanti anni di cammino da qualsiasi posto, ho capito che la peggior cosa è non avere un paio di piedi sani, un paio di mani libere e delle gambe giuntate ad hoc. Se poi sei una donna, è meglio anche tu abbia spalle e schiena forti visti gli enormi carichi che si devono portare sulla testa.
In Tanzania, se non sei autosufficiente (o benestante, il che non è così frequente) sei emarginato, sei in pericolo di vita. Una persona disabile in Italia ha le righe gialle dove parcheggiare la macchina, in Africa se sei in svantaggio vieni “parcheggiato” da qualche parte e non si sa che fine fai. Insomma qui non siamo a una puntata di “E.R.” ma di medici in prima linea ne servirebbero tanti, soprattutto quando le persone che devi curare arrivano in ospedale affette da AIDS o da malaria.
In questo viaggio ho conosciuto persone interessanti come Nives, padre Josè, Silvia e altre ancora. Tra loro c’è chi aiuta i bambini più piccoli dandogli la possibilità di frequentare una scuola materna - che in Europa è una cosa normale - ma in Africa solo i più fortunati possono essere accompagnati a scuola, seguiti nella giornata e sfamati nell’ora del pranzo, se non sei tra questi sei a zappare i campi, o costretto a qualche altra sorta di manovalanza.
Tra le varie missioni c’è quella di insegnare un mestiere come ad esempio alle ragazze a cucinare e ai ragazzi a costruire mobili in legno o fabbricare scarpe (tra cui quelle ortopediche e le stampelle che servono ad aiutare i pazienti di Mario una volta dimessi dall’ospedale). Altro lavoro importante è quello di Silvia che si addentra nei piccoli posti, tra i più poveri effettuando ricerche sull’alimentazione e sull’ecosostenibilità dei villaggi, perché una delle cause di ogni malessere fisico è la malnutrizione diffusa dovuta alla scarsità di materia prima e anche di cultura alimentare. Le persone che lavorano a tutti questi progetti sono straniere in terra africana ma ognuno di loro sta vivendo il suo tempo per dare ora e in futuro un contributo in una società difficile e in cambio fanno un esperienza personale e lavorativa che sensibilizza e stabilizza l’anima.
Secondo me è certo che chi vada in terra africana pensando di risolverne i problemi resterà deluso. Sanare delle radici, che nascono in un passato lontano di lotte tribali e di colonizzazioni, è un impresa lunga e difficile, ma questi progetti medici, missionari, umanitari, volontari, mi sembrano tutti importanti perché oltre che dare un presente migliore alle generazioni più giovani, si compenetrano fra di loro e si sostengono a vicenda senza avere dominio l’uno sull’altro.

E' importante, oltre che avere mani forti per fare le cose, avere anche gli strumenti e il metodo necessari per farle e se questi “stranieri” riescono a fornirli penso che il loro lavoro possa essere utile a tutti quegli africani che hanno possibilità e voglia di imparare e di fare anche nel caso in cui i “bianchi” un giorno se ne andassero via… A proposito, spero invece che se ne vadano quelli che vanno in Africa a non fare niente, a costruirsi la villa perché il terreno costa poco e perché fa molto “Safari” vivere tra gli elefanti e i leoni e che se ne vadano anche quegli stessi africani ammanicati con i politici del posto che si costruiscono la casa con piscina di fronte a case fatte di sterco di vacca senza né porte nè finestre… la disonestà e i buffoni mi sembrano le cose africane più simili a quelle italiane.
Una delle differenze che ho notato (e vivendo come me in Trentino era impossibile non notarla) tra Africa e Italia è che nel nostro Paese se sei un agricoltore, se hai vigneti, sei ricco anche solo per i finanziamenti che ti concede lo stato per il parassita di turno che mangia la tua pianta o per le calamità naturali, mentre se non fa il bravo il cielo in Africa, visto che il problema è solo che si muore di fame (e non si scandalizza più nessuno), l’unica cosa che ti concedono sono gli occhi per piangere e, per toglierti i crampi della fame, i parassiti da mangiare li trovi di sicuro.
Tirando le somme, la Tanzania è un bellissimo posto, pieno di animali stupendi, con una flora stupenda ma anche con tanta gente che sta male, che vive ogni giorno in situazioni limite dove, come dice il “Doctor Mario” l’unica cosa da fare per dare una mano è mettersi in gioco e riinventarsi. Ogni giorno.
Testimonianza di Stefy e Gil


